Storie dalla Caritas - Il Carcere e Leonard - Caritas Diocesana Rimini

Storie dalla Caritas – Il Carcere e Leonard


Leonard ha 27 anni, è nato in Albania ma è in Italia da quando ha 3 anni. Oggi lavora in una Cooperativa Sociale del territorio e si occupa del mantenimento del verde nel comune di Cattolica.

È entrato in carcere quando aveva 24 anni, ne è uscito 2 anni e mezzo dopo.

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Sperimentare l’autenticità, la fiducia e la vicinanza, essere capaci di costruire nel tempo delle relazioni che ci facciano sentire meglio con noi stessi e con gli altri. 

Questa, forse, è una delle chiavi per vivere con maggiore gioia e pienezza la propria vita.  

Per chi vive in carcere il tema delle relazioni acquista un significato ancora più forte e urgente.  

La reclusione rappresenta spesso una condizione di isolamento e lontananza in un luogo che per lo più viene interpretato come spazio di contenimento e punizione. 

L’incipit del nostro ordinamento penitenziario nell’art. 1 riporta: “Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi”. Si sottolinea quindi quanto la relazione con il mondo esterno rappresenti un aspetto indispensabile del trattamento, da proteggere e garantire anche durante la detenzione. 

Sono diversi anni che Caritas Rimini Odv promuove – dentro e fuori il carcere – interventi e azioni volte al reinserimento sul territorio, all’inclusione, al coinvolgimento della comunità, affinché la reclusione sia una concreta occasione di riscatto e possibilità di ripartenza.

Un’impresa resa possibile grazie alla sinergia con l’Area Educativa penitenziaria, i servizi pubblici e con le altre voci della nostra città che si spendono da anni all’interno della Casa Circondariale promuovendo e rafforzando questa direzione, in particolare con il Centro per le Famiglie del Comune di Rimini, con l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, con la Cooperativa Sociale Cento Fiori e con l’associazione Dire Uomo.

Grazie inoltre al sostegno dei Piani di Zona, sono stati possibili numerosi interventi preventivi e riparativi che, attraverso il lavoro dei volontari e degli operatori, hanno inciso positivamente, sia all’interno del carcere che all’esterno: è fondamentale ricordare che ci sono famiglie che attendono un marito o un papà di ritorno.

Caritas Rimini ODV e Centro per le Famiglie del Comune di Rimini hanno inaugurato lo scorso anno un dialogo epistolare tra alcuni detenuti e una scuola primaria del territorio, il Centro Italo Svizzero, con cui vi era già stato un primo scambio nel 2020 attraverso i biglietti di auguri di Natale.

I temi affrontati quelli delle relazioni, dell’amicizia, del ruolo dell’adulto e il senso del crescere, riflessioni sul tema dell’uguaglianza e della stima di stima di sé.

I detenuti sapevano di scrivere ad una classe di quarta, i bambini e le bambine nel corso dell’anno (anzi degli anni) sono stati accompagnati a “raccogliere indizi” ed esercitare la curiosità e mettere in gioco il proprio pregiudizio, per scoprire chi mandava loro (in una scatola di latta con un fiocco rosso) dei bigliettini con riflessioni, spunti, idee…

In questo “dialogo a distanza” tramite cartelloni, disegni, lettere, i detenuti hanno riflettuto e offerto consigli, esperienze e ascolto alle bambine e ai bambini che si interrogavano sull’amicizia, la vera amicizia, i sentimenti, l’essere grandi. E’ stata un’esperienza ricca e di vero scambio che si è deciso di proseguire con la stessa classe -quest’anno in 5° (da poco ha superato l’esame finale).

 

 

Poi è arrivato il momento di conoscersi personalmente. Faccia a faccia.

Ma incontrare però un detenuto fuori dal carcere e – soprattutto – in una scuola elementare, non è un semplice affare. Era necessario fare una “richiesta di permesso premio”.

Una valutazione delicata che è maturata assieme a Leonard, il ragazzo all’epoca detenuto e all’amministrazione penitenziaria dopo mesi di osservazione trattamentale dove si sono stimate la costanza del giovane nel partecipare alle attività educative proposte, la motivazione, la perseveranza e la buona condotta della persona che, avendo maturato i requisiti che la legge prevede, era nella condizione giuridica di poter accedere a questo -comunque non facile- beneficio premiante.

Leonard ha 27 anni, è nato in Albania ma è in Italia da quando ha 3 anni. Oggi lavora in una Cooperativa Sociale del territorio e si occupa del mantenimento del verde nel comune di Cattolica.

È entrato in carcere quando aveva 24 anni, ne è uscito 2 anni e mezzo dopo.

Grazie alla preziosa e insostituibile collaborazione con l’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Rimini (U.E.P.E.), si è dato finalmente corpo al sogno di vivere una giornata speciale. Un’occasione di riflessione sul proprio percorso, sulla propria detenzione vissuta in modo catartico, in favore di un’assunzione di responsabilità. Agendo in modo disinteressato e per il bene comune.

La classe dal canto suo, accompagnata dagli insegnanti, ha lavorato sull’abbattimento del pregiudizio sul carcere e la stereotipizzazione del “detenuto”, uscendo dal dualismo buoni/cattivi.

Leonard ha conosciuto la Caritas attraverso il Caffè Corretto, un momento di confronto in carcere, nel quale i detenuti possono confrontarsi con volontari e operatori su alcune tematiche.

 


Un importante momento di scambio, relazione, amicizia… Ed è lì che è nata l’amicizia con Viola, e poi il percorso che lo ha portato a incontrare gli studenti.

“Quello che manca di più, in carcere, è la relazione con la famiglia, con gli amici. Non hai il cellulare, non puoi chiamare sempre, gli orari di visita sono sempre troppo pochi. Però ho incontrato persona in gamba, che mi hanno aiutato a cambiare” racconta Leonard.

Così è arrivato giorno stabilito per l’incontro in classe, in una calda mattinata di fine anno scolastico.

Una giornata coinvolgente, emozionante, dove ognuno ha saputo tirare fuori la propria parte migliore. Un momento profondo e semplice allo stesso modo, come sanno essere gli incontri con bambini e con le persone che hanno realmente riflettuto sul senso della vita e su cosa vale davvero.

Si è parlato in cerchio, riso, ascoltato, cantato, disegnato; si è pranzato insieme e condiviso il tempo e lo spazio dei giochi dell’intervallo lungo dopopranzo.

Gesti semplici, autentici, cose di cui tutti abbiamo bisogno per stare bene e crescere nel cammino della vita.

Si è trattato di un progetto ambizioso sotto molti aspetti, emotivi, pedagogici, umani e burocratici, che ha mostrato chiaramente come la collaborazione tra Istituzioni e Terzo Settore –professionisti e volontari- possa realizzare interventi innovativi e riparativi capaci di valorizzare i percorsi personali e le possibilità che la Comunità ed il Territorio offrono.

Ne è valsa la pena? È bastato vedere i sorrisi, gli sguardi, i giochi tra Leonard e i bambini, per darsi una risposta.